Il Sindaco Antonio Raimondi 8


L'opinione

26/09/2011 - La cooperazione decentrata

La cooperazione decentrata è stata inserita nelle disposizioni generali della IV° Convenzione di Lomè firmata nel 1989, la quale stabilisce un accordo di cooperazione tra la Commissione Europea e i paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) e nel 1992 è stata estesa ai Pvs dell’America Latina e dell’Asia.

Nell’ art. 20 di tale convenzione si afferma il principio di una cooperazione decentrata realizzata attraverso il concorso di parti attive economiche, sociali e culturali.

Questo approccio alla cooperazione internazionale si è concretizzato nella creazione, in sede europea, di una linea finanziaria specifica destinata alla promozione di questo tipo di cooperazione con il finanziamento di azioni di mobilitazione , di informazione ed il finanziamento di azioni-pilota.

Quindi, in sintesi, una Cooperazione che non voleva essere più come nei suoi albori “centralizzata” (ossia attraverso i Governi Centrali dei Paesi beneficiari, spesso con a capo Dittatori), che spesso non portava alcun beneficio alle popolazioni locali, malgrado la crescita del PIL nazionale. Coke notava nel 1973 Peter Mc Namara (Presidente Banca Mondiale a quel tempo) nonostante l’aumento del PIL larghe fasce delle popolazioni erano escluse dai Bacic Needs, cioè dai bisogni fondamentali. Insomma si poneva un problema di equa redistribuzione della ricchezza prodotta. A questo doveva porre rimedio anche la Cooperazione decentrata, che doveva così raggiungere più direttamente i beneficiari ad un livello locale.

Nel nostro paese essa scaturisce dalla sintesi delle esperienze di lotta contro la povertà maturate, tra gli anni ’70 ed ’80, nell’ambito della cooperazione non-governativa e del volontariato ed è un’azione di cooperazione allo sviluppo svolta dalle Autonomie Locali (Regioni, Provincie, Comuni), attraverso il concorso delle risorse della società civile organizzata presente sul territorio di competenza (università, sindacati, ASL, piccole e medie imprese, imprese sociali).

In altri termini essa si realizza attraverso una sorta di partenariato fra due enti omologhi, uno del Nord ed uno del Sud del mondo,  per la definizione e la realizzazione di un progetto di sviluppo locale.

La legge 49 del 1987 ha esplicitamente attribuito alle Autonomie territoriali l’opportunità di inserirsi nei processi di sviluppo dei Pvs.

Essa, infatti, prevede che:

       I.            Comuni e Provincie possono stanziare fondi per attività di solidarietà internazionale o di cooperazione internazionale;

    II.            Il Governo italiano può utilizzare, nell’ambito dei propri progetti, le strutture pubbliche di Regioni ed Enti Locali.

Così, alcuni Comuni hanno dato inizio ad una serie d iniziative che spaziano da veri e propri interventi di sviluppo a donazioni di tutti i tipi (cibo, vestiti, farmaci).

Il limite, però, di questi interventi è rappresentato dal loro carattere sporadico, di non essere inseriti in un contesto specifico: in questo modo un singolo comune o villaggio di un paese in via di sviluppo potrà ricevere benefici da un progetto di cooperazione decentrata, ma esso avrà quasi sempre il carattere di un intervento occasionale.

Nel nostro paese, purtroppo, ritengo che si siano delineati significati ed approcci riduttivi di questa forma di cooperazione.

Infatti, la disponibilità di risorse presso le Autonomie Locali sta svalutando i significati del partenariato, riducendo le nuove strategie a mere opportunità di finanziamento ed a nuove occasioni di crescita dei poteri, anche se non mancano i segni di un corretto e sostanziale impiego della cooperazione decentrata.

Pensiamo, infatti, ai risultati ottenuti dagli interventi condotti dalle differenti espressioni della società civile (ONG, università, imprese, associazioni, Enti Locali).

In particolare, il coinvolgimento dei soggetti ed istituzioni decentrate si configura come risposta a specifici bisogni dei Pvs nei settori più significativi per la lotta alla povertà e per la promozione dello sviluppo umano (sanità, istruzione), ma anche nella pianificazione urbanistica, nella politica ambientale, nelle relazioni culturali e nella promozione e tutela dei diritti umani.

Insomma, la Cooperazione Decentrata in Italia è stata sicuramente travisata da molti soggetti (comprese le ONG). Si è pensato più agli Enti Locali (Regioni, Provincie e Comuni) come a degli ulteriori sportelli bancomat a cui presentare la propria progettualità di sviluppo per ottenere finanziamenti. Si arrivò negli anni 90 addirittura all’aberrazione di chiedere agli enti locali la quota “cash” che le ONG dovevano mettere nei progetti promossi attraverso il contributo del Ministero degli Affari Esteri.

La Cooperazione Decentrata è e dovrebbe essere, in realtà ed in definitiva, un Partenariato profondo tra due Comunità, una del Nord ed una del Sud, in cui l’Istituzione Ente Locale è in grado di attivare tutte le risorse del proprio territorio per la messa in campo di un Programma strategico d Sviluppo multisettoriale dove tutti gli attori hanno un ruolo da giocare, magari con i loro omologhi del sud.

Devo dire che per fortuna qualche esempio positivo in Italia c’è stato, ma la strada da fare è ancora lunga e tortuosa, soprattutto a livello culturale. Forse la drammatica crisi finanziaria in cui versano gli Enti Locali oggi in Italia potrebbe essere l’occasione buona per rilanciare la Cooperazione Decentrata autentica dove l’Ente Locale non finanzia per forza, ma promuove, sostiene ed accompagna i vari attori. 

A Gaeta, per esempio, città dove sono Sindaco da oltre quattro anni, abbiamo stipulato un accordo di Amcizia e Cooperazione con la città di Betlemme.

Esso prevede, tra le altre cose, la partecipazione della Camera di Commercio di Betlemme su invito della Camera di Commercio della Provincia di Latina al prossimo Yacht Med Festival,  innovativa manifestazione che si pone l'obiettivo di valorizzare il settore della nautica, dell’enogastronomia e dell’artigianato locale.

Si offre, in questo modo, l’opportunità di far conoscere la realtà e di promuovere la cultura ed i prodotti tipici non solo del distretto di Betlemme ma della Palestina tutta e, soprattutto, si pongono le basi per ulteriori accordi (attraverso incontri bilaterali)   che favoriranno altri scambi fra le due città.