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L'opinione

05/12/2011 - Cooperazione Internazionale allo Sviluppo
Finalmente riconosciuto il ruolo strategico e l’importanza della Cooperazione internazionale con la creazione del “Ministero della cooperazione internazionale e l’integrazione” e con la nomina a Ministro, da parte del nuovo presidente del consiglio Monti, di Andrea Riccardi. La Cooperazione italiana può, finalmente, invertire la tendenza degli ultimi anni, in cui non si sono rispettati gli impegni europei ed internazionali per l’aiuto allo sviluppo, dove l’Italia si è ritrovata agli ultimi posti nella lista dei donors ed abbiamo avuto un taglio del 90% all’Aiuto Pubblico. Devo però far presente che, come presidente del VIS, ho lottato 15 anni affinchè succedesse una cosa del genere. Non a caso nel marzo del 2005, dopo la tragedia dello Tsunami e le polemiche che sono nate, scrivevo: “Forse è opportuno finire qui le polemiche nell’attesa che si metta finalmente mano alla Riforma della Cooperazione Italiana, avendo però il coraggio di costituire, come da anni sosteniamo, un apposito Ministero della Cooperazione e della Solidarietà Internazionale che nulla abbia a che vedere con il Ministero degli Affari Esteri. Fino a quel giorno è tutto un “inutil stornir di fronde”. Sempre nello stesso anno è stata commissionata dal VIS al Cespi una ricerca comparata a livello europeo sui modelli esistenti di Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, con il chiaro intento di disporre di un ulteriore importante strumento per orientare l’analisi e le proposte per una radicale rifondazione del sistema della Cooperazione del nostro Paese. Infatti, il VIS sostiene da anni che non basta pensare ad una semplice riforma della legge 49/87, ma che occorre modificare tutto l’assetto, a partire dalle priorità politiche fino agli ambiti istituzionali e gestionali. Eravamo convinti che allargare lo sguardo a ciò che stava accadendo in Europa, a livello tanto delle cooperazioni bilaterali dei singoli Paesi quanto della Commissione Europea, ci avrebbe fornito degli spunti interessanti. E così è stato. Abbiamo proposto di studiare i casi di Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna perché sono i cosiddetti “Paesi Grandi” insieme all’Italia; l’Olanda perché da sempre rappresenta un Paese particolarmente sensibile al tema in questione; ed infine la Danimarca come un esempio di cooperazione “dei Paesi scandinavi”. Queste le considerazioni finali dello studio: "Alla fine del percorso, crediamo sia doveroso da parte nostra tirare alcune sintetiche conclusioni. I punti che vogliamo sottolineare sono sei, per terminare con una piccola provocazione, ma soprattutto con una proposta per il rilancio autentico della Cooperazione Internazionale dell’Italia. 1) La prima cosa che emerge dalla ricerca, se volete anche un po’ banale, è che tutti sono in “movimento”, tutti stanno cercando di cambiare, di migliorare, di rivedere le priorità, le strategie, il management, di aumentare le risorse, di cercarne di nuove ecc. ecc.. Tutto questo stride con l’assoluta inerzia della Cooperazione Italiana, ferma come una nave a vela in piena bonaccia dal lontano 1987, come se in questi vent'anni nulla fosse cambiato; 2) Nessun modello che è stato esaminato può essere preso in toto per buono, ossia non è “copiabile”. Si possono, e si devono, prendere degli spunti che possono essere utili per la nostra futura Cooperazione allo sviluppo, consapevoli, però, che ogni Paese ha la sua Storia e le sue tradizioni politiche ed istituzionali; 3) Per un rilancio della Cooperazione ci vuole una vera volontà politica. La Cooperazione internazionale non come un optional, ma come una assoluta priorità politica dell’azione di governo. Questo è il caso soprattutto del modello della Gran Bretagna che, a partire dal 1997 con l’inizio dell’era Blair, è considerato oggi come la good practise per eccellenza. Ma anche la Spagna si sta muovendo, pur con limiti evidenti, sotto un forte impulso politico. Nei Paesi del nord Europa la cooperazione è sempre stato un issue politicamente rilevante. 4) Dallo studio comparato sembra prevalere il sistema in cui la Cooperazione allo Sviluppo ha una propria dignità politica, ed è staccata dalla politica estera in senso stretto. Il caso Gran Bretagna docet con il DflD, ma è così anche in Germania e in Olanda, mentre la Spagna sta muovendosi nella stessa direzione. Esiste anche la tendenza contraria della Danimarca, dove il Governo di destra ha incorporato il Ministero per la Cooperazione nel Ministero degli Affari Esteri. Ma crediamo che non sia un caso che questo Paese, per evidenti ragioni politiche, sia passato, in pochi anni, dal 1,06% del PIL allo 0,82%, che rimane pur sempre una quota rispettabile ma decisamente inferiore. 5) Ci sembra anche evidente che non sia solo un problema di maggiori risorse, ma anche e soprattutto di mettere a punto una macchina organizzativa adeguata. Il problema dell’assetto Istituzionale e del management è altrettanto decisivo per una Cooperazione di qualità, efficiente ed efficace. La scelta di priorità politiche chiare, una gestione per risultati, un efficiente sistema di monitoraggio e valutazione, la Deconcentrazione presso gli uffici paese, sono alcune caratteristiche per orientarsi, come abbiamo visto, verso una “Cooperazione di qualità”. 6) Oramai i dati OCSE/DAC contabilizzano anche la cancellazione del debito. Crediamo che questo possa essere fatto purché ogni Paese arrivi a rispettare gli accordi internazionali, come ad esempio il raggiungimento dello 0,52% per i Paesi europei entro il 2010 e lo 0,7 entro il 2015. Altra cosa è raggiungere appena lo 0,2, ben lontano quindi dagli accordi sottoscritti, dove magari la metà della quota è rappresentata dalla cancellazione del debito. Ci permettiamo anche di fare una piccola provocazione finale, che potrebbe risultare come un macigno in uno stagno, ma che crediamo utile per un dibattito serio e senza veli ideologici per il futuro della Cooperazione allo Sviluppo. Di fronte ad un bilaterale più forte (e abbiamo visto come tutti i Paesi presi in considerazione si stanno “attrezzando” in questo senso), serve un multilaterale europeo più “politico” e meno “operativo”. La Commissione Europea ha la “peggior cooperazione in circolazione” e, al di là della analisi presentata in questa ricerca (che potrebbe essere anche opinabile), le ONG italiane ed europee sperimentano ogni giorno il disordine e la disorganizzazione che regna a Bruxelles e nelle Delegazioni locali. Se consideriamo, poi, la quantità di risorse a disposizione della CE e la confrontiamo con la sua inefficienza viene quantomeno da riflettere seriamente. Noi crediamo che il ruolo della CE debba essere di “concertazione” politica tra le varie Cooperazioni bilaterali dei Paesi membri, senza inutili doppioni sul terreno. Gli unici ambiti che lasceremmo alla Commissione (e quelle bilaterali dovrebbero fare un passo indietro in questo caso) sarebbero gli aiuti ai Paesi dell’allargamento e a quelli di prossimità, proprio per ribadire un ruolo, anche in questo caso, preminentemente politico della UE. Infine, come abbiamo già detto, il futuro della Cooperazione italiana passa attraverso un radicale ripensamento, che abbia in primo luogo il coraggio di svincolare la Cooperazione allo sviluppo dalla politica estera. Questa scelta non si fonda soltanto sulla speranza di una maggior efficienza ed efficacia del sistema (che, comunque, ci auguriamo), ma soprattutto sulla consapevolezza che la Cooperazione Internazionale è Solidarietà Internazionale, cioè strumento per la costruzione del Welfare mondiale. Pertanto, la nostra scelta di assegnare “dignità politica” alla Cooperazione vuoi dire fare una scelta di civiltà, una scelta di campo, la scelta di costruire un sistema di relazioni internazionali con l’obiettivo (insito già nella stessa genesi della Cooperazione allo Sviluppo) del raggiungimento della Pace." Nel gennaio 2007, infine, quando fu presentata la legge di riforma della Cooperazione, ribadivo: “Si potrebbe pensare allora ad una nuova legge che istituisca un dipartimento specializzato cui possano accedere solo le componenti della società civile, un dipartimento della solidarietà internazionale, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio o addirittura un apposito Ministero per la Lotta alla povertà nel mondo. La "cooperazione sociale, umanitaria e decentrata", non rispondendo alle logiche delle aree prioritarie, sarebbe inoltre aperta ad ogni paese, conducendo interventi fondati sul partenariato tra comunità del Nord e del Sud. Bisogna ribadire che, pur trattandosi di due canali istituzionali differenti, cioè con proprie identità, motivazioni strumenti e risorse, i loro ruoli non sarebbero in contrasto. Essi infatti costituirebbero i due rami di un unico sistema di cooperazione (maggiormente dotato di efficacia ed efficienza e volto ad un obiettivo generale comune: contribuire allo sviluppo dei popoli ed alla costruzione di relazioni pacifiche tra gli Stati. Al di là della situazione italiana e pur nella doverosa distinzione tra la cooperazione governativa e quella non-governativa, la reciproca integrazione tra le due formule è essenziale soprattutto per la promozione di una cultura della solidarietà nel "nuovo villaggio globale", una sorta di "globalizzazione della solidarietà". La politica di cooperazione, con la costruzione di relazioni eque e solidali tra i popoli, può essere lo strumento per colmare il fossato che ancora divide l'umanità, quello tra il Nord ricco ed il Sud povero del mondo. Può sembrare un'utopia ma la nostra sfida quotidiana è quella di impegnarci a costruire quella utopia.” E la “costruzione dell’utopia” ha portato alla realizzazione del sogno di chi, come me, si è impegnato e si impegna per un “mondo possibile!” Buon lavoro Ministro. Antonio Raimondi