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L'opinione

07/10/2012 - Cooperazione allo sviluppo, l'Italia deve tornare a giocare all'attacco
La legge italiana che disciplina la Cooperazione allo Sviluppo risale al 26 febbraio 1987 (legge 49/87). Per la comune legislazione italiana si potrebbe dire che è una legge molto recente, e quindi senza bisogno di modifiche. La legge è stata promulgata alla fine di un percorso di “messa a punto” legislativo durato quasi vent'anni in cui il nostro Paese, spinto soprattutto dal grande impegno delle ONG, del Volontariato Internazionale e dalla più ampia società civile, si è ritrovato ad assumersi importanti impegni in seno alle Nazioni Unite e nell’ambito dei Paesi dell’OCSE-DAC (Development Aid Commitee) in favore dei cosiddetti Paesi in via di Sviluppo (PVS). Tale legge fu anticipata dalla n.1222 del 1971 e successivamente dalla n. 38 del 1979 e fu l’epilogo di un cammino che ha visto addirittura l’Italia andare positivamente in controtendenza rispetto agli altri Paesi industrializzati (sotto il punto di vista legislativo, organizzativo e delle risorse finanziarie impegnate) che negli anni Ottanta ebbero una crisi rispetto all’argomento trattato. Allora perché riformare la legge sulla Cooperazione? In effetti la 49, oltre a quanto già affermato, è una buona legge se la si contestualizza a metà degli anni Ottanta. Ma da allora sono passati venticinque anni e lo scenario internazionale è completamente mutato, con ripercussioni sulla nostra vita quotidiana, ma soprattutto nel campo delle relazioni e delle politiche internazionali, compreso il significato stesso di APS. Abbiamo avuto già modo di dire in un altro contesto che oramai l’Italia deve pensare senza indugi ad un rilancio complessivo delle sue relazioni e politiche internazionali, proprio per la forte interdipendenza che la globalizzazione mondiale impone. Ribadiamo il concetto della pluralità delle azioni da mettere in campo, ma in una visione coerente e coordinata dove tutti gli attori possano giocare un ruolo essenziale e fondamentale nello scenario internazionale, e di cui l’Italia vuole e deve essere una protagonista. Come dimostra il successo del Forum della Cooperazione Internazionale, tenutosi nei giorni scorsi a Milano,La Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo è uno dei segmenti fondamentali di un nuovo e positivo protagonismo del nostro Paese. Tra le prime cause della crisi della legge 49/87 giocò un ruolo importante la vicenda di Mani Pulite nel 1992. In questi venti anni la DGCS (Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo) del Ministero degli Affari Esteri si è più o meno barcamenata nel portare avanti programmi e progetti di sviluppo nei PVS, ma con una importanza, rispetto agli altri donatori, del tutto residuale e con molti dubbi circa l’efficacia e l’efficienza dei nostri aiuti, e quindi della relativa spesa pubblica. Ma, a nostro parere, il limite più grande della legge 49/87, che deve essere assolutamente superato, è proprio quanto contenuto nell’art.1 della stessa: “La Cooperazione allo Sviluppo è parte integrante della politica estera dell’Italia”. Questo assunto significa che tutta la Cooperazione allo Sviluppo è assoggettata alle priorità geopolitiche del Ministero degli Affari Esteri, che possono (e aggiungiamo devono) modificarsi in considerazione degli eventi internazionali, e non perseguire, invece, la “solidarietà internazionale” che impone delle scelte strategiche di lungo periodo. Lo sviluppo, infatti, è qualcosa che necessita di tempi lunghi, di partenariato serio e duraturo, della pazienza di far crescere il capitale umano e sociale dei Paesi beneficiari. Non è un caso che a partire dagli anni Novanta i programmi di sviluppo abbiano lasciato spazio a molti interventi puramente “umanitari ed emergenziali”, con risultati immediatamente visibili da parte dei Paesi donatori, determinando al contempo quel processo progressivo di chiusura verso le istanze del Diritto allo Sviluppo di tutti gli esseri umani del pianeta, condizione essenziale per il raggiungimento di quel bene primario chiamata Pace. Sul rapporto tra politica estera e Cooperazione allo Sviluppo si gioca il vero tema della riforma e del rilancio dell’Italia in questo settore. E’ d’uopo ricordare come tutta la XIII Legislatura (1996-2001) fu impegnata a cercare di riformare (senza successo) la 49/87. Si sarebbe fatto bene, e non per spirito esterofilo, a guardare al di là dei confini nazionali per cercare di comprendere gli altri sistemi di Cooperazione, soprattutto i più efficaci. Infatti, da un esame comparato con le altre Cooperazioni europee sembra prevalere il sistema in cui la Cooperazione allo Sviluppo ha una propria dignità politica ed è distaccata dalla Politica Estera in senso stretto. Il caso Gran Bretagna è il più emblematico con la nascita nel 1997 del DFID (Department for Internationl Development), ma Germania, Svezia, Olanda ed altri Paesi sono tutti sulla linea di avere una Istituzione appositamente dedicata (potremmo dire i Paesi donatori più importanti). Nella stessa Commissione Europea abbiamo due Commissari distinti e separati: Catherine Ashton alle Relazioni Esterne e lKristalina Georgieva alla Cooperazione allo Sviluppo. In Italia, con il governo Monti per la prima volta si è istituito (bisogna dire con grande sorpresa) il Ministero della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione: un Dicastero senza portafoglio con Ministro il Prof. Andrea Riccardi. E’ stata una scelta audace e giusta, anche perché va nella direzione di somigliare di più, come detto, ad altri Paesi europei, oltre che dare maggiore dignità ed importanza ad un settore che ha sempre visto il nostro Paese particolarmente attivo, soprattutto grazie all’impegno, lungo i decenni passati, della nostra multiforme Società Civile. Ma nel frattempo i Senatori Mantica e Tonini insieme ad altri colleghi della Commissione Esteri del Senato stanno portando avanti un D.L. (1744) per riformare la 49/87. Purtroppo, ad una prima lettura del testo base, si evince che la visione è “antica” già sul nascere e che i parlamentari in questione non abbiano colto tutto quanto accaduto negli ultimi decenni. Purtroppo, ancora una volta diamo la sensazione di non avere una visione coerente nelle scelte: la creazione di un nuovo Ministero da una parte e dall’altra una nuova legge di proposta parlamentare che rimette tutto nelle mani del Ministero degli Affari Esteri. E’ vero che il Governo Monti è un cosiddetto “governo tecnico” ed i parlamentari eletti hanno tutto il diritto/dovere di proporre delle leggi, ma abbiamo bisogno di riforme vere e non di “pannicelli caldi”. In questo momento c’è il rischio di commettere il tragico errore di pensare: “abbiamo pochi soldi e non possiamo darli ai Paesi poveri. I poveri li abbiamo anche qui da noi!”. Questo è un atteggiamento di chiusura che porterebbe l’Italia ad un isolamento che non ci possiamo permettere. Si può fare una Cooperazione efficace ed efficiente anche con pochi soldi e si avrebbe come ritorno da una parte il senso stesso dell’azione politica solidale e dall’altra una “simpatia” internazionale di cui abbiamo bisogno più che mai in questo momento. Quindi, non è solo un problema di maggiori risorse (anche se non si può nascondere la loro importanza), ma anche e soprattutto di mettere a punto una macchina organizzativa adeguata. Il problema dell’assetto istituzionale e del management è altrettanto decisivo per una Cooperazione di qualità, efficiente ed efficace. La scelta di priorità politiche chiare, una corretta gestione dei risultati, un efficiente sistema di monitoraggio e valutazione, la deconcentrazione verso gli uffici Paese (cioè nei PVS), sono alcune delle caratteristiche per potersi orientare meglio verso una “Cooperazione di qualità”. Per concludere, il futuro della Cooperazione allo Sviluppo dell’Italia deve passare attraverso un radicale ripensamento, che abbia in primo luogo il coraggio di svincolare la Cooperazione dalla politica estera. Questa scelta non si fonda soltanto sulla speranza di una maggior efficienza ed efficacia del sistema (che, comunque, ci auguriamo), ma soprattutto sulla consapevolezza che la Cooperazione Internazionale è in primo luogo Solidarietà internazionale, cioè uno strumento per la costruzione di quel Welfare Internazionale che tutti auspichiamo. Pertanto, la nostra scelta di assegnare “dignità politica” alla Cooperazione Internazionale vuol dire fare una scelta di campo, autenticamente riformista, la scelta di costruire un sistema di relazioni internazionali in cui l’Italia sia in grado di usare, come l’ha recentemente definita il Presidente del Consiglio Mario Monti, quel “soft power” di cui molti Paesi nostri interlocutori non hanno paura, a differenza dell'“hard power” usata da altri Paesi ricchi. E’ un settore in cui possiamo giocare un ruolo davvero importante senza abdicare come fatto finora.