Incontro con i cittadini


Rassegna stampa

05/03/2009 Il messagero.it
Da un mondo in-fame a un mondo possibile

Un libro che è più di un libro quello di Antonio Raimondi: è la testimonianza di una speranza. I ricavi saranno devoluti per il restauro della chiesa di San Francesco d’Assisi a Gaeta

Ventuno paesi, ventuno tradizioni diverse, ventuno situazioni di estrema povertà e disagio sociale. Antonio Raimondi nasce a Somerville (USA) il 5 novembre 1963, da genitori emigrati dall’Italia (per la precisione da Gaeta in provincia di Latina). Tornato in patria piccino, ha portato con sé un prezioso bagaglio: l’esperienza dell’emigrazione e la conoscenza della lingua inglese. Nel 1991 ha inizio la sua carriera nel mondo della cooperazione internazionale come responsabile del Settore progetti del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) di cui è diventato Presidente nel 1993, carica che ricopre tuttora. Il settore della Cooperazione allo Sviluppo è un settore molto complesso che crea tanti dubbi e pochissime certezze, tante delusioni ma una inconfutabile certezza: il mondo si può cambiare, con fatica, con pazienza, lottando caparbiamente, ma si può sicuramente cambiare. “Il mondo deve cambiare”. La giustizia deve iniziare ad essere uguale per tutti. Attualmente un morto bianco americano o europeo vale mille volte di più (i telegiornali ne parlano almeno per una settimana) di milioni di bambini africani (neri) che muoiono ogni anno di fame o di aids e di cui quasi nessuno parla più (magari solo le riviste dei missionari). Bambini abbandonati a loro stessi, alla loro fame, alle loro malattie ed alla loro ignoranza. Il libro nasce dal desiderio di raccontare l’odissea personale dell’autore intorno a questo mondo globalizzato ed in-fame. Affamato nel senso più letterale del termine, dove un miliardo e trecento milioni di esseri umani vivono in stato di assoluta povertà, nella speranza di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola imbandita, piena di prelibatezze, dei pochi ricchi del pianeta. Queste persone, definite miserabili, vivono con mezzo dollaro americano al giorno. Oltre a loro ci sono i poveri, un altro miliardo e settecento milioni di esseri umani, che (sempre tecnicamente) vivono con meno di due dollari al giorno. In-fame perché più della metà delle persone al mondo vivono, sarebbe meglio dire sopravvivono, a stento, mentre il 15 % della parte ricca consuma ed inquina in modo sproporzionato nella più assoluta indifferenza alle sofferenze altrui. Ventuno i paesi visitati dei quali descrive non i luoghi ma i ricordi e le emozioni . “ E’ così che vivo, viaggio dopo viaggio, la mia personale Odissea intorno al mondo, in questo mondo in-fame. Sono di Gaeta, ma mi sento completamente cittadino italiano, cittadino europeo, cittadino del mondo. Solo così si riesce a non perdere di vista il particolare ed il generale, il locale ed il globale, e soprattutto rimanendo fedeli a se stessi si riesce a non perdere l’orizzonte da seguire e riconoscere l’altro come diverso, ma uguale allo stesso tempo, e continuare a credere e a lottare per un “Mondo Possibile”. (Antonio Raimondi) Della Cambogia ad esempio descrive la crudeltà. Dal 1975 al 1979 sotto il regime dei Kmer furono trucidati quasi due milioni di cambogiani su una media complessiva di circa otto milioni. Di questo ingiustificabile massacro, due luoghi che fotografano la crudeltà umana: Il Museo del Genocidio di Tuol Sleng dove su una parete fa bella mostra di sé una grande cartina geografica della Cambogia composta da teschi umani rinvenuti proprio all’interno di questo campo di concentramento diventato successivamente museo. Ed ancora i “Campi della Morte” i Killing Fields dove campeggia una torre bianca molto alta con il tetto verde, ricolma fino al soffitto delle ossa delle persone trucidate. Il tetto verde, forse, a simboleggiare la speranza di un mondo privo di tale assurdità. Dell’Angola fa una descrizione particolare quanto sconvolgente. “Di povertà i miei occhi ne hanno vista tanta, così come il mio naso aveva già annusato tante volte la puzza delle favelas che ti scombussola lo stomaco, ma di Lixeira (l’immondezzaio della città di Luanda – agglomerato di baracche costruito dai profughi della guerra, sopra l’immondizia accumulata nei secoli) mi colpì la vastità, che unita alle altre favelas della città, formavano una cintura incredibile di miseria intorno ad un Centro città dove spiccava il grattacielo della famosa Compagnia olandese diamantifera “De Beers”.” La descrive come il paese africano più ricco e poverissimo nello stesso tempo. Potrei continuare a raccontare di altri paesi e di altre sofferenze, mi soffermo ancora sulla Colombia e sulla sua sottomissione alla schiavitù, omettendo gli altri paesi non per la minore importanza e per le storie meno drammatiche descritte, ma solo per non raccontarvi di tutto il libro che meriterebbe di essere descritto per intero, tante le storie, i disagi e le descrizioni dei luoghi fatte con umiltà che ci rattristano nel cuore e nella mente. Che ci fanno sentire così tanto potenti nel nostro benessere ma altrettanto “miseramente impotenti” di fronte a queste situazioni. Nel Chocò, secondo regione più piovosa al mondo, non esistono strade che conducono fino al villaggio visitato da Raimondi ed è quasi interamente abitata dai “negri” ex schiavi dei cercatori d’oro. Questa minoranza etnica arrivata secoli prima dall’Africa intorno alla fine dell’ottocento è rimasta lungo i fiumi a cercare, ancora, qualche pepita d’oro. Persone destinate a fare ciò che hanno fatto per secoli i loro antenati per i loro padroni. “La schiavitù è qualcosa che macchia una popolazione nell’anima, nella mente. Non è sufficiente il trascorrere dei secoli per cancellare questa terribile onta.”(Raimondi) Libro scottante nelle descrizioni. Fastidioso, a volte, per chi si ostina a voler vivere nell’ampolla di cristallo in cui, nella più completa indifferenza, ha creato il mondo fatato e quello dei propri figli. Persone che potrebbero infastidirsi al solo vedere proiettate sul proprio televisore iper-moderno, al momento sereno del pranzo o della cena, le immagini dei bambini malnutriti e sofferenti. Bambini che hanno un’unica colpa, quella di essere nati nel posto sbagliato in un momento sbagliato.


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